Domenica 15 Maggio 22
Dal Vangelo secondo Giovanni
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora p er poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
COMMENTO
Signore, Giuda è appena uscito dal Cenacolo, Ti senti tradito e forse anche fallito. Sei solo. Cerchi amici fidati. Ci chiami con un nome denso di tenerezza e amore: “Figliuoli”. Senza mezzi termini aggiungi: “Figliuoli ancora per poco sono con voi”. Sei consapevole che il tuo cammino nel tempo sta per terminare, ti senti abbandonato, cerchi amici veri. Li vuoi vicini. E’ il cuore del padre che parla ai figli che ama. Parla a me. Non raccomandazioni d’occasione ma un testamento. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
La novità di questo comando è la Tua vita. Il “nuovo” sei Tu che hai “vissuto e non parlato” il comando dell’amore. “Come io” vi ho amati. Gesù ci metti davanti la tua vita. Ci ricordi tutto quello che hai vissuto e non solo insegnato. Tu hai lavato i piedi, hai cercato i peccatori, hai dato un pezzo di pane a Giuda che ti tradiva, non ti sei venduto all’applauso delle folle, hai contestato i farisei. Questo è il “nuovo” che Tu mi affidi. Che bello. La gioia dell’uomo, e la stessa gioia di Dio consistono nell’amare. Non c’è altro di cui vantarsi. L’uomo è vero quando ama: «La verità rivelata è l’amore» (P. Florenski).
Grazie Gesù con il tuo aiuto possiamo vivere quello che ci comandi: “Amatevi anche voi gli uni gli altri”, perché Tu ci ha amati per primo, ci ha amati nonostante le nostre fragilità, i nostri limiti e le nostre debolezze umane. Sei stato Tu a renderci degni del tuo amore che non conosce limiti e non finisce mai. Dandoci il comandamento nuovo, Tu ci chiedi di amarci tra noi non solo e non tanto con il nostro amore, ma con il Tuo, che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori se lo invochiamo con fede. Gesù aiutami a diffondere dappertutto il seme dell’amore che rinnova i rapporti tra le persone e apre orizzonti di speranza. Grazie.


DOMENICA 8 maggio 22
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
COMMENTO
Eccomi Gesù. Domenica scorsa mi hai messo seriamente alla prova, con quella martellante domanda: “Mi ami tu?” Mi sono arrampicato sugli specchi per non darti una risposta banale, e alla fine ho balbettato, consapevole delle mie gracilità, come Pietro: “Tu conosci tutto, tu sai che io ti amo”. Mi aspettavo una reazione severa, tu invece, con amore di padre, mi hai abbracciato, ti sei sporcato del mio peccato, ti sei adeguato a me. Mi hai fatto capire che non pretendi l’amore perfetto, ma ti accontenti di quello che posso darti, purché sia vero e sincero. Grazie. Oggi mi dici: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono, tu che fai?” Prima di tutto ti ringrazio per la chiarezza con cui ti rivolgi a me. Per il tono della voce… Non un ordine severo da eseguire, ma una materna e carezzevole sollecitazione: M’inviti ad ascoltare come le pecore. La pecora mansueta ascolta perché si sente chiamata con amore. Solo chi ama ascolta. Amare vuol dire soprattutto ascoltare in silenzio. La voce di chi ti vuole bene giunge ai sensi del cuore prima del contenuto delle parole. Infatti “L’amore finisce, dove cessa l’ascolto.” Continua a chiamarmi, Signore, perché anche a me succede, come la maggior parte delle persone, che parlo senza ascoltare. Poche volte ascolto senza parlare. Raramente riesco a parlare e ascoltare. Dammi la forza, dopo averti ascoltato, di seguirti e quando, come dice Madre Teresa “non posso più correre veloce, dammi la forza di camminare. Quando non posso più camminare, aiutami a usare il bastone. Però, ti prego, non trattenerti mai”. Quando le mie gambe sono stanche, dammi la forza di camminare con il cuore. Seguirti Signor è sempre e solo una questione di amore. Donami la forza dell’amore per seguirti fino alla fine. Infine Signore ti chiedo di donarmi una gioiosa libertà che non si vergogna di puzzare di pecora come dice il papa. Puzzare di pecora è il vero “piviale “ del prete decorato di mansuetudine, ascolto, silenzio e fiducia. Signore quando gli eventi della vita, mi costringono a sperimentare di essere come te: “Agnello mansueto condotto al macello”, aiutami a non lamentarmi, e non fare rivendicazioni sindacali, ma dammi la forza di ripetere con te: “Per questo sono venuto nel mondo. Padre sia fatta la tua volontà.”.


DOMENICA 1 maggio 22
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.
Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle.
In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane, ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”. (Gv 21,15-19)

Commento
Caro Gesù, eravamo sulla riva del lago di Tiberiade, c’erano tutti i discepoli, avevamo mangiato il pesce arrostito, da poco pescato. Chiamasti Pietro e gli domandasti: “Simone mi ami tu”?….. Gli esegeti notano che l’evangelista gioca con il verbo amare che in greco, si può dire, sia con il verbo “filéo” che esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, sia con il verbo “agapáo” che significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Ha scritto Papa Benedetto:
“Gesù domanda a Pietro la prima volta: “Simone… mi ami tu (agapâs-me) con quest’amore totale e incondizionato?” Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se) ”, cioè “ti amo con il mio povero amore umano”.
Gesù insiste: “Simone, mi ami tu con quest’amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore ferito: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”.
Alla terza volta Gesù, cambia verbo, e dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”.
Sei stato grande Gesù perché ti sei adeguato a Pietro, non pretendi da lui tutto l’amore, ma solo quello che può darti, con le ferite e l’umiliazione del rinnegamento. Grazie Gesù perché sentirsi amati quando non si merita, è sperimentare la resurrezione. Pietro ti segue consapevole della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ho scoraggia. Sa di poter contare sulla Tua presenza viva e risorta accanto a se.
Gesù grazie che ti adegui anche alla mia debolezza, perché quando ho esaurito l’entusiasmo del primo amore, tu mi hai aspettato, e quando ho sperimento l’esperienza del limite e del peccato tu ti sei chinato sopra di me e ti sei accontentato di quello che potevo darti. Aiutami però Gesù, a non “accomodarmi nella tua misericordia”, a non vivere con Te un amore rassegnato e stanco, ma donami un amore vero, anche se “sincero e impetuoso” come quello di Pietro.


DOMENICA 24 Aprile 22.
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gv 20,19-31
COMMENTO
Caro Gesù, questo discepolo mi piace. E’ tosto. Ci mette la faccia. Vuole sporcarsi le mani. Fu lui a convincere i timorosi discepoli, che si opponevano alla tua salita a Gerusalemme dove ti avrebbero ucciso, a seguirti: “Andiamo a morire con lui”. Era pronto alla lotta e alla morte, come ora è pronto alla vita e alla verità. Vuole vedere per amare, toccare, non per curiosità, ma per responsabilità. Vuole firmare con le sue mani un eventuale e definitivo patto di amore.
Quando Tu, Gesù, entrasti a porte chiuse nella sala, tutti temevano che avresti fatto una solenne lavata di testa, a Tommaso per la sua cocciutaggine; invece ti rivolgi a quel coraggioso discepolo che per tre anni avevi educato alla verità che libera, alla responsabilità che matura, e ti metti nelle sue mani… “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Non rimproveri, ti doni. Tendi la mano, quasi a dire mettimi l’anello, sposami, accoglimi. Io sono amore crocefisso che vive per te! Immediata e traboccante di amore la risposta di Tommaso: “Signore mio e Dio mio”! Come dire AMORE MIO. E’ l’amplesso del cantico dei cantici: “Il mio amato è mio ed io sono per lui”. E’ mio come lo è il cuore che da vita, mio come l’aria che respiro.
Grazie Gesù, perché quelle tue mani e quel costato ferito raccontano l’immenso amore che tu hai per me; ma nello stesso tempo, la delicatezza con cui mi “esponi le tue ferite aperte”, mi dicono che tu aspetti i miei tempi di crescita, che non mi abbandoni quando sono stanco o quando cado, non ti scandalizzi della mia fede corta. Aiutami a riconoscerti nelle piaghe che intravvedo nella mia vita e guardarle non come ferite di morte ma come ferite di vita. Donami allo stesso tempo, la forza dell’amore per toccare le piaghe delle persone che incontro nel sentiero della mia vita, perché l’amore guarisce e risuscita.


PASQUA DEL SIGNORE – 17 Aprile 22
Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
COMMENTO
Caro Gesù, una donna la mattina di Pasqua, quando ancora era buio, strisciava impaurita all’esterno del sepolcro, alla ricerca dell’amato del suo cuore. La sua anima era appesantita dalla tristezza e dalla delusione per la morte del suo amato. Non credeva ai suoi occhi, quando vide che “la pietra era stata tolta dal sepolcro”. L’amore che cercava, per piangerlo e fargli compagnia, non lo trova, è disperata. Corre urlando: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”! Inizia la Pasqua. Pasqua è “sete di amore”. Quella donna urla l’amore che non trova. Pasqua è la corsa alla ricerca dell’amore trafugato, dell’amore che non muore. Dell’amore che vince la morte. Inizia la “caccia al Tesoro”. L’amata cerca l’amato come nel cantico dei cantici: “Volevo cercare l’amato dell’anima mia. L’ho cercato e non l’ho trovato. M’incontravano le sentinelle, che fanno la ronda in città: “Avete visto l’amato dell’anima mia?”. Di poco ero passata loro oltre, quando trovai l’amato dell’anima mia; lo afferrai e più non lo lasciai”. Questo hanno sperimentato Giovanni e Pietro, i due innamorati che correvano per ritrovare l’amore che avevano gustato quando Lui era in vita, e che aveva riempito di gioia e di senso la loro esistenza. Gesù era l’amore della loro vita. Arrivano alla tomba, è vuota. Osservano, vedono e credono. Sono felici. L’amato del loro cuore non poteva morire. Pasqua è la tomba della morte svuotata dall’amore che si dona. Pasqua è la corsa gioiosa alla ricerca dell’amore possibile. Pasqua è la vittoria sui sepolcri del nostro egoismo farisaico. Pasqua la pietra dei nostri loculi del conformismo di comodo, che viene rotolata via. Gesù, credo che sei vivo, che sei il vivente, che sei qui con me, ora, oggi, risorto e per-sempre-presente.


 

DOMENICA DELLE PALME 10 aprile

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cieloe gloria nel più alto dei cieli!».

COMMENTO
Ci siamo caro Gesù. Tu tiri dritto. Vai deciso verso Gerusalemme. Nessuno riesce a fermarti. Ami fino alla fine, “fino a morirci per amore”. La piazza è affollata. Ti aspettano per farti re. Il popolo ti vuole perché il pranzo, con te che comandi, è assicurato; i discepoli non vedono l’ora di sedersi su una poltrona di potere, anche i farisei si danno da fare perché desiderano allontanare i romani. Tutto è pronto per l’entrata trionfale.
Tu Gesù, mi vedi. Non sono tra la folla. Io me ne sto buono, legato, accartocciato nelle mie paure. Sono quel somaro, non domato, che se ne sta incatenato, apparentemente felice, a ruminare nella comoda greppia, il fieno e biada. Ho paura di seguirti fino alla fine, fino a sacrificare la vita. Si Gesù, sono bloccato dai miei mille problemi. Non mi lascio cavalcare da nessuno. Orgogliosamente arroccato nel mio io, m’illudo e prendo le distanze da tutti. Tu lo sai che dal primo momento che ti ho incontrato, mi hai sedotto, ma adesso. Come Pietro, seguiti, fino a morire, mi sembra che mi chiedi troppo.
Tu non molli. Mandi i tuoi discepoli a slegarmi. Domando: Perché mi slegate? La risposta è secca: “Perché servi al Signore”. Non capivo bene a cosa potevo servirti, Gesù, o meglio lo sapevo ma non lo volevo riconoscere a me stesso. Infatti, mentre mi stanno slegando, si leva dentro di me la protesta: “Perché mi slegate”? Sto bene come sto! Tutti vivono così. Non mi manca niente. Lasciami in pace. “Che vuoi da me”?
Tu Gesù, mi tiravi da una parte e il mio io dall’altra. Alla fine mi arresi. Ero curioso, volevo vedere a cosa potessi servire. Mi salisti in groppa e, cosa strana, chiunque ci aveva provato lo avevo disarcionato, tu non cadesti. Pesavi, ma il tuo peso era leggero. Non ero io che ti portavo, eri tu che mi davi la forza. Passammo tra la folla festante e pronta ad acclamarti re…. Ma tu andasti oltre, oltre il Cedron, direzione Calvario. Ero con te, mi avevi domato, mi avevi cavalcato, mi avevi amato. L’amore non pesa, l’amore ti pesa. Grazie Gesù continuo a seguirti, per ora il Calvario, con te in groppa, non mi fa paura.


DOMENICA 3 aprile (V di Quaresima)

“In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Parola del Signore

COMMENTO
Gesù ricordo bene questa scena. Quelle pietre tenute in mano in modo minaccioso, mi mettevano paura. La domanda dei farisei, volutamente capziosa, poteva metterti in difficoltà. Se dicevi che quella donna doveva essere liberata, ti accusavano di andare contro la legge, se affermavi che doveva essere lapidata, ti mettevano il popolo contro. Ricordo il tuo viso, era diventato severo. Gli occhi tradivano rabbia e sofferenza. Ero, sinceramente, un po’ meravigliato. Domenica passata, mi avevi abbracciato al mio ritorno, e perdonata la mia fuga dal tuo amore. Adesso ti vedo teso, con il volto tirato. Dopo averli ascoltati con pazienza, t’inchini a scrivere per terra. Tutti ti guardano, tutti aspettano una risposta. Alzasti il capo, li guardasti uno per uno e poi, – la vedo ancora la scena-, gridasti forte: “Tirate, tirate le pietre, ma dovete essere senza peccato”. Loro indugiavano e tu gridando più forte: “Se siete senza peccato, tirate le pietre”. Le pietre gli caddero dalle mani e uno a uno se ne andarono. Erano tutti peccatori. Ti corsi incontro, ti abbracciai gridando: “Sei grande, ti voglio bene. Ho capito, non sono le leggi e neanche l’opinione della gente che può condizionare la mia vita. Ti amo Gesù, tu mi rendi libero, mi togli le catene. Se sono senza peccato, sono libero. Possono anche incatenarmi e calunniarmi, ma questa tua parola “mi” rende vero uomo”. Poi ti vidi che t’inchinavi su quella donna: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E tu: «Neanche io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più». Non lo dice il Vangelo, ma sono sicuro che quella donna ti abbracciò, con il volto raggiante e profumato di lacrime. Era libera. Abitata dall’amore, non camminava volava. Questo è paradiso. È l’amore che rende muta la gente e demolisce l’angoscia della legge.

DOMENICA 27 marzo (IV di Quaresima)
+ Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3 11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

COMMENTO
Domenica scorsa, Caro Gesù, mi chiedevi di convertirmi, cioè di cambiare amore. Oggi m’insegni come fare. Io mi rassomiglio sia al primo figlio che se ne va, sia al secondo che resta, ma la tua parola mi chiede di diventare “terzo figlio”, il vero figlio. Ascoltami. Un giorno me ne ero andato, con la mia parte di eredità in tasca, ti avevo lasciato, cercavo me stesso, volevo gestire la mia vita. Tu non ti opponesti, mi lasciasti andare, anche se prevedevi che mi sarei fatto male. Soffrivi per la mia libertà, ma non obiettasti. Iniziai il viaggio della presunta e sognata libertà, ma presto rimasi solo, vuoto e depresso («sperperai le mie sostanze vivendo in modo dissoluto»). Io, che a casa di “nostro padre” ero un principe onorato, ero diventato servo. Mi ero illuso. Quell’abbaglio di felicità crollò quando mi “risvegliai” in mezzo ai porci, “ladro di ghiande” per sopravvivere. Allora rientrai in me stesso. La fame, la dignità umana perduta, il ricordo di quello che avevo, mi fecero ragionare: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame!».. Mi alzai e partii. Tremavo, mentre tornavo a casa, pensavo come presentarmi: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio…» «Ho peccato … trattami come uno dei tuoi salariati» (v. 19). Questi pensieri scomparvero davanti a lui che mi veniva incontro. «Quando ero ancora lontano, mio padre mi vide, ebbe compassione, mi corse incontro, mi si gettò al collo e mi baciò». L’abbraccio e il bacio del nostro papà mi fecero capire che ero stato sempre considerato figlio, nonostante tutto. Per Lui io valevo e valgo più del mio peccato. Che bello Gesù, aver un padre che ci lascia liberi, che ci aspetta e che ci dona l’abbraccio del perdono.
Caro Gesù, sono felice per l’abbraccio di perdono del tuo e mio Padre, ma non posso fare a meno di presentarti la mia vita di oggi. Tu lo sai che spesso mi comporto come il secondo figlio. Abito la casa del nostro Padre, ma vivo come se fosse mia, annuncio la Sua parola ma l’adatto alle mie pretese, salgo sull’altare per annunciarlo, ma metto in mostra me stesso. Tante volte mi sento un perfetto fariseo, dove la legge conta più dell’amore, l’apparire più dell’essere. Devo dirti con sincerità Gesù, che spesso pretendo il “ capretto per me”, le attenzioni per me, il rispetto delle mie cose; segno evidente che il mio cuore non è dentro le cose che fa, ma fa delle cose il suo tesoro.
Aiutami Gesù. Tu sei il “terzo figlio” che «non ritenne un privilegio l’essere come [il Padre], ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7). Tu lo sai bene che il primo e il secondo figlio, a periodi alterni, continuano a convivere in me. Per diventare “figlio vero” mi devi aiutare. Caricami sulle tue spalle quando mi allontano, come la pecorella smarrita, guarisci le mie ferite con l’olio della misericordia come il buon samaritano, e donami la forza di svuotarmi di me per riempirmi di te. Perché tutto viene da Te. Grazie

DOMENICA 20 marzo (terza di Quaresima)
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

COMMENTO
Caro Gesù, ero disceso dal Tabor con nel cuore una gioia immensa per aver visto quello che desideravo essere. Nel tuo volto luminoso e trasfigurato, vedevo la mia vita realizzata. E’ vero, mi avevi anche detto che dovevi soffrire molto ed essere messo a morte; ma ora mi sorprendi. Non capisco le tue parole: “Se non ti converti, perirai anche tu allo stesso modo degli abitanti di Gerusalemme e dei Galilei”. Gesù, se convertirsi, è cambiare amore, cosa vuoi dirmi? Io ti voglio bene, ti seguo, faccio il mio dovere, cerco di essere attento alle pratiche di pietà, che vuoi ancora di più? Qual è il mio amore sbagliato?
“E’ vero amico mio, tu pensi di amarmi e di seguirmi, ma non ti accorgi che il tuo amore è a servizio di un padrone che continua a condizionarti. Il padrone dell’apparenza, dell’efficienza, del sembrare. Che ti ricatta e schiavizza con giudizi severi: non sei buono a nulla, sei solo foglie, non porti frutti, solo apparenza, solo immagine. Ti senti depresso e sacrificato al tuo io, che sopravvive questuando consensi e stima. Anche Me tratti come una tangente da pagare, come un dovere da compiere. Sei un funzionario, non un innamorato”.
Credimi Gesù, faccio fatica a liberarmi dal fascino del consenso della massa, dal potere del pensiero unico, dalla logica delle bancarelle dell’apparire. E’ triste e lo riconosco, Ti vengo dietro con un amore d’occasione, una fede da facciata, una speranza interessata. Ti prego Gesù, aiutami! Rivelati non come il padrone che giudica la mia stagione senza frutti, ma come il vignaiuolo che prende a cuore la mia causa: “Lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Grazie Gesù, convertirmi è credere a Te contadino, che ami la mia terra perché è Tua , e ogni giorno ti affatichi a dissodarla per rendere libero e fruttuoso il mio cuore. Dice sant’Agostino: “La zappatura attorno all’albero significa l’umiltà di chi si pente, poiché ogni fossa è bassa. La cesta dello sterco (il concime) significa le sporcizie morali di cui uno si pente; che c’è infatti di più sporco dello sterco? Eppure, se ne fai buon uso, che c’è di più fruttuoso?” Grazie Gesù, mio paziente contadino, che m’insegni l’umiltà umiliandomi.

 

DOMENICA 13 MARZO
( Seconda di quaresima)
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. Parola del Signore

COMMENTO
Che bello. Non me l’aspettavo. Anche io, come Pietro non posso fare a meno di esclamare: “E’ bello per noi stare qui”. E’ bello, perché tu Gesù mi chiami, insieme a Pietro Giacomo e Giovanni, e, con tenerezza infinita, mi inviti: “Saliamo sul monte a pregare”. Sul monte, dove è più facile ascoltare la voce di Dio, dove cielo e terra si toccano, dove Mosè e i profeti hanno fatto l’esperienza straordinaria dell’incontro con Dio”. Sul monte dove Abramo, chiamato a sacrificare il suo figlio, sperimentò che “Dio provvede”. Ti seguo.
“Il Tuo volto cambiò d’aspetto e la Tua veste divenne candida e sfolgorante”. Che bello. Quello che pensavo di te Gesù, ora lo vedo. Quello che mi aveva incuriosito, ora diventa evidente. Tu Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, sollevi per un momento il velo dell’uomo e lasci intravedere lo splendore della natura divina. Vedo quello che sento che devo diventare, comprendo il significato della vita che altro non è che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce e la bellezza che Dio ha deposto in me. La luce di Dio si nasconde nel profondo pozzo di ogni persona. Ti ri-veli, ti spogli per far vedere l’anima. La tua nudità è luce di amore che prepara me e i discepoli a comprendere lo scandalo del Calvario quando, spogliato delle tue vesti, sarai deriso e crocifisso. Sono affascinato. Il Tuo volto luminoso è la proiezione del tuo cuore che brucia di amore. Mi sento a casa mia. Facciamo tre tende.
Stupito e innamorato da quella luce mi chiedo che devo fare, e una voice arriva perentoria. «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Grazie Gesù, il primo passo per essere contagiati dalla Tua bellezza è ascoltarti da innamorato, è dare tempo e cuore al Tuo Vangelo. E’ vero Gesù, un cuore che ama è luminoso nel volto. Aiutami Gesù a liberarmi dalla “maschera rituale” che umilia la mia vita, per rivelare con il volto luminoso, il Tuo amore che mi abita.

 

DOMENICA 6 MARZO
(Prima domenica di quaresima)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato. (Lc 4,1-13)

COMMENTO
Ci siamo Gesù. Ti ho seguito, ti ho scelto. Ora arriva il bello. Non siamo più sulla barca, sul mare, in una meravigliosa luna di miele; siamo nel deserto. Deserto è opportunità ed essenzialità. E’ interiorità. Il deserto è soprattutto tentazione. E’ guerra. Lo Spirito Santo, caro Gesù, ti conduce sul campo di battaglia, è la tua ora, devi scegliere. La tentazione è sempre una scelta tra due amori. Come nel deserto gli Ebrei si sono scoperti come popolo amato e liberato da Dio, ora tu Gesù, solo, nel deserto devi decidere e scegliere come fare il Messia. Tu lo sai qual è la tua missione, ma devi scegliere il metodo come attuarla. Devi scegliere chi diventare. “Il tuo progetto di mondo e di uomo, il tuo modello di Messia, inedito e stravolgente, è messo alla prova nelle tentazioni”. Gesù, il momento è decisivo. Anch’io devo scegliere chi diventare. Le tue tentazioni sono anche le mie: toccano la mia carne e le relazioni che ho con le persone e con il creato. La prima tentazione è quella del rapporto con me stesso, con la mia “fame” di possedere persone e cose. “Dì a questa pietra che diventi pane”. E’ la tentazione di trasformare le cose e le persone in beni di consumo. Gesù liberami dalla frenesia di usare e abusare di tutto ciò che esiste, a mio piacimento e ricordami che “non di solo pane vivrà l’uomo”. Nella seconda tentazione, individuo il fascino del potere e del successo. La proposta di un “regno”, per una vita gaudente e potente, è allettante, ma assolutamente non barattabile con il dono della libertà e della dignità. Aiutami, sul tuo esempio, a rifiutare l’idolatria del potere che “dona morte” mentre esalta, e donami la forza dell’amore che dona vita mentre muore. La terza tentazione è di crearmi il mio Dio a uso e consumo. Un dio che fa quello che voglio io. Un dio che m’imprigiona, che mi s’impone con miracoli stravaganti e affascinati. Liberami Gesù, da questa idea di un Dio scenografico, che abbaglia e narcotizza, e da una fede spettacolare con effetti speciali che annientano la mia libertà.

 

DOMENICA 27 FEBBRAIO
+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc. 6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

COMMENTO
Forse, Gesù, ti eri accorto che le ultime tue parole: “Non giudicare e non sarai giudicato”, e il comando di “amare e perdonare i nemici” mi avevano destabilizzato dal mio iniziale, caloroso entusiasmo da innamorato. Sentivo vero e bello quello che tu mi proponevi, ma non riuscivo a pensare possibile quello che mi chiedevi. Impantanato nel confortevole laghetto dell’umore, non osavo rischiare nel mare aperto dell’amore.
Continuavo a remare con Te Gesù, per passare all’altra sponda, ma ero triste e preoccupato . Mi chiedevo se stavo sulla giusta barca e se la rotta era quella sicura. Tu, Gesù, forse leggendo nel mio pensiero, mi chiedesti: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?
Era fin troppo evidente la risposta. Non capivo cosa volessi dirmi. Fissai i tuoi occhi un po’ disorientato e sconfortato e Tu: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Era chiaro che ti dichiaravi con forza: Io ti amo: ti fidi o non ti fidi? E battendo ancora più duro: “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
Grazie Gesù, perché mi apri gli occhi del cuore. È cieco chi guarda solo con gli occhi. Sono cieco perché vedo solo quello che voglio vedere. Liberami dalle pregiate e bifocali montature degli occhiali di comodo, nei quali mi nascondo per vedere e notare negli altri ciò che a me manca e che non accetto in me. Il direttore di San Gabriele diceva: Il difetto che vedi nell’altro ce lo hai sicuramente tu. Spesso l’atro è il mio specchio, evidenzio i suoi limiti per non vedere i miei. Gesù aiutami a vedere con il cuore. Si vede con il cuore quando ci si sente amati. Chi giudica e critica non ha una vita densa di amore. Questo non mi perdono Gesù e ti chiedo aiuto: so di essere amato e ma non sono costante nell’amore. Non vedo con il cuore ma con la testa. Giustifico quasi sempre i miei difetti, li occulto anche a me stesso; sono vigliacco: sono indulgente con me e duro con gli altri.
Eccomi Gesù prendimi come sono. Non mi sento, dopo questa chiacchierata con Te, fuori posto in una strada sbagliata. Tu, non solo sei la luce che mi illumina, ma sei il cuore della mia vita che accade, il seme della mia pianta. Il seme non si agita e non progetta, la sua crescita è condizionata dalla dipendenza dal sole e dalla pioggia. Ecco Signore, mi sento più sereno perché non devo preoccuparmi se mi resta difficile amare il nemico e se faccio fatica a non giudicare il fratello, quello che mi chiedi e di seguirti, di fidarmi, di lasciarmi fare da te. Devo, farti nascere, la mia pianta, che porta frutti buoni, sei Tu che mi ami.

Domenica 20 febbraio
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,27-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

COMMENTO
Continua la traversata; sono con Te al largo Gesù, navighiamo in mare aperto. Lontano dalla folla, dal pensiero unico e omologato; mi guardi e: “A voi che ascoltate”, a me! dici: “Ama i tuoi nemici, fai del bene a quelli che ti odiano, benedici coloro che ti maledicono, prega per coloro che ti trattano male”. .
Ti guardo, Gesù, sorpreso ed impaurito, perché penso che amare i nemici sia impossibile. Tu, quasi leggendo nel mio pensiero, continui: “Se ami quelli che ti amano, quale gratitudine ti è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fai del bene a coloro che ti fanno del bene, quale gratitudine ti è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso”.
Non capisco. Sono deluso. Forse mi sono sbagliato. Mi sento fuori posto; sono frustrato, smarrito. Dopo un po’, alzo la testa, e i Tuoi occhi incrociano i miei, smarriti e timorosi; era lo sguardo dell’amore che racconta senza parlare: “Se vuoi essere mio discepolo, se vuoi abitare nel mio amore, questa è la via, non c’è un’altra”. Ti guardai quasi terrorizzato e Tu: “Ti spiego: perché sei amato da Dio, sei chiamato ad amare; perché perdonato devi perdonare; perché toccato dall’amore, sei inviato a dare amore senza aspettare che comincino gli altri; perché salvato gratuitamente, non puoi ricercare alcun utile nel bene che fai”.
Ero incantato ad ascoltare quelle “logiche parole” anche se mi facevano paura. Lui mettendomi una mano sulla spalla, con voce affettuosa mi disse: “Sii misericordioso, come il Padre tuo è misericordioso”.
Perché? Mi guardai dentro e mi accorsi, quasi fulminato, che il peggiore nemico che ho incontrato nella vita e che dovevo perdonare, ero proprio io. Caro Gesù, mi hai dato tutto per amore, ed io te l’ho rubato. La presunzione di farmi da solo mi ha fatto dimenticare che tutto viene da te. Sono smarrito, mi sento infedele, non degno del tuo amore. Come posso perdonare se non sono perdonato? Come essere misericordioso se non ho sperimentato la tua misericordia?
Tu Gesù, percepisti la mia difficoltà, mi abbracciasti e le tue parole: “Non giudicare e non sarai giudicato, non condannare e non sarai condannato, perdona e sarai perdonato”, mi riconciliarono con il mio passato; mentre le parole “Dai e ti sarà dato, perché con la misura con la quale misurerai, sarà misurato a te in cambio”, mi lanciarono verso il futuro, in quell’immenso mare dell’amore, dove la bussola del viaggio era la scoperta di essere, nonostante tutto, amato per sempre.


Domenica 13 febbraio

Dal Vangelo secondo Luca Lc 6, 17. 20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
“Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

Eravamo scesi dal monte ed eravamo seduti, c’era molta gente, e Lui “alzati gli occhi verso i suoi discepoli”, verso di noi, solo noi, verso di me. Ero felice, mi sentivo amato. Perché la consapevolezza di essere amato è beatitudine, l’inconsapevolezza è infelicità. Quando, Gesù, incominciò a proclamare la sua “Mappa del cammino”: “Beati voi, poveri, Beati voi, che avete fame, Beati voi, che piangete, Beati voi, quando gli uomini vi odieranno” etc. non rimasi sorpreso, ero “raggiante” perché capivo quelle parole. Solo chi è ricco di amore può essere povero. Chi ha trovato il tesoro vende tutto per comprarlo. Ad un innamorato non interessa se la sposa è ricca o povera, se ha o non ha un tesoro, lei è il tesoro. Quindi se ho incontrato l’amore, se vivo l’amore, non mi ferisce essere perseguitato, giudicato, condannato. Chi è ricco di amore non manca di nulla. Mentre chi è povero di amore, manca di tutto anche se ha tutto. La vita mi ha insegnato che la vera beatitudine è l’amore del cuore di Dio che si impadronisce del cuore dell’uomo e “la grande tragedia della vita non è che gli uomini muoiano, ma che cessino di amare”. (William Somerset Maugham)
Gesù la tua “mappa” termina con “guai a voi, ricchi; guai a voi, che ora siete sazi; guai a voi, che ora ridete; guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Faccio un esame di coscienza: Guai a me Signore perche, credo di amarti, ma spesso confondo l’amore con l’umore, basta un “dirmi bene” per farmi toccare il cielo con un dito o un “dirmi male” per farmi sprofondare nello sconforto. Sono piccolo Signore. La mia fede è corta e il mio amore è freddo come la neve che il primo sole scioglie. Perdonami, Signore, le stagioni della mia vita senza fiori perché non custodite dall’ amore. Soccorrimi quando bivacco in quella zona grigia in cui tutto è abitudine, tirami fuori da un amore stanco e di mercato, perché il tempo che non si riempie di amore è sprecato. La vita è amore.


Domenica 6 Febbraio
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Lc 5,1-11)

COMMENTO

Caro Gesù, mi sorprendi sempre. Avevamo faticato tutta la notte. Non avevamo pescato niente. Stavamo lavando e aggiustando le reti, le solite lamentele, il solito piangerci addosso, e a subire le umiliazioni e gli sberleffi dei colleghi pescatori. Poi arrivasti Tu. E dicesti a Simone. «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca» ci guardammo stupiti. Come si permetteva, un giovane inesperto falegname, dare consigli a noi consumati pescatori. Pietro con delicatezza espresse il nostro dissenso. “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”, e poi, con mia sorpresa aggiunse: “ma sulla tua parola getterò le reti». Rimasi sorpreso. Non capivo che cosa aveva spinto Pietro a fidarsi di quel “figlio di Giuseppe”. Con gli anni ho capito. Su quella barca non ci furono discorsi, ma sguardi: per Gesù guardare una persona e amarla è la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha visto l’amore per lui. Si decise a prendere il largo e gettare le reti, perché si sentiva amato. La pesca fu abbondante. Le barche erano piene. Ci buttammo in ginocchio con Pietro gridando: «Signore, allontanati da noi, perché siamo peccatori». Non ci allontanò e non ci rimproverò e a ciascuno di noi disse: «Non temete; d’ora in poi sarete pescatori di uomini». Non capii cosa volesse dire essere pescatori di uomini, ma un futuro si apriva, Gesù vede me oltre me, vede la primavera nel mio inverno, ammira la spiga nel mio piccolo seme. Tirate le barche a terra, lasciai tutto e lo segui. Grazie Gesù: il cuore vola, dove la mente non sa neppure camminare.
Signore, Tu lo sai, spesso la mia barca urta sui fondali dell’accomodamento, i tuoi inviti a prendere il largo, non trovano la mia volontà libera e disponibile a rompere gli ormeggi. Gesù dammi la forza di osare di più. Tu lo sai, il bisogno di “sicurezze umane”, m’inchioda a un mondo vecchio fatto di leggi e non di amore, liberami dal perbenismo di comodo, dal fariseismo di mestiere. Aiutami, la libertà è sempre una lacerazione.


Domenica 23 Gennaio
+ Dal Vangelo secondo Luca

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».Parola del Signore

COMMENTO

Gesù, la strada che mi stai indicando è chiara. Nella prima domenica mi hai detto che ti prendi cura di me, “sono prezioso ai tuoi occhi”; nella seconda domenica mi hai fatto capire nel banchetto a Cana, che sei “l’innamorato dell’uomo” che mi cerca. Oggi mi ricordi che in forza del Battesinmo “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista”. Sono consacrato cioè Ti appartengo, sono nelle Tue mani. Sono vivo, illuminato da Te perché sono connesso a Te. Tu mi completi. Rendi possibile che io diventi quello che Tu vuoi. Tu esisti per me. Io sono Te che mi fai. Gesù mi stupisco e commuovo a pensare che Tu esisti per me. Sei l’Amore che mi abita.
Caro Gesù, questo è il lieto annuncio, la rivoluzionaria notizia che devo proclamare. “La liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi”, non consiste in una pietosa e misericordiosa dichiarazione che toglie i peccati e lava le colpe, e neanche in una morale più blasonata o più vantaggiosa delle altre. Il cristianesimo non è una morale ma una sconcertante liberazione. La buona e festosa notizia è che Tu , Gesù, metti me, povero uomo, al centro. Dimentichi Te stesso per me, e con me e per me liberi la Tua potenza di amare contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi “altra” da quello che è. Non la storia degli uomini soli, sperduti nel tempo, ma la storia di Dio in compagnia dell’uomo.


Domenica 16 gennaio
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv.2,1-11)

COMMENTO

Signore domenica scorsa mi hai detto che mi ami. Sono il Tuo amato e Ti prendi cura di me, Grazie. Oggi però la Tua parola parla di un banchetto, dove è venuto a mancare il vino. Senza vino non c’è gioia, non c’è festa.  Vedi Gesù è successo e succede anche a me: mi manca il vino della festa quando, nel quotidiano della vita, mi assalgono mille dubbi e trascino la vita senza entusiasmo.  Sopravvivo non vivo, bivacco non cammino, parlo non amo. Dimmi che devo fare? Tua madre mi suggerisce «Qualsiasi cosa ti dice, falla». Tolgo gli auricolari di comodo, mi metto in ascolto. Immediato è il comando: «Riempi d’acqua le anfore». L’acqua con cui devo riempire la mia anfora è il mio nulla, è prendere coscienza del mio limite, è non vergognarmi di quello che sono. La seconda cosa che mi chiedi, tuttavia, è ancora più strana: «Ora prendi e portala a colui che dirige il banchetto». Questo è troppo, rischio il ridicolo, i commensali rideranno di me quando vedono che offro dell’acqua al direttore del banchetto.  Mi fido. Obbedisco e mentre cammino, senza che me ne accorga, l’acqua diventa vino, il mio niente acquista sostanza, le mie paure diventano festa.  Ora capisco e ti ringrazio: nella bancarella della vita tu mi chiedi di non vergognarmi di mostrare il mio nulla perché Tu vuoi trasformarlo nel Tuo tutto. Di non turbarmi di quello che sono o di quello che possono dire di me, perché Tu mi ami come sono. E’ la storia di due innamorati, che si cercano, si trovano, si celebrano e si amano. Tutto il resto viene come conseguenza di questa relazione.


Domenica 9 gennaio

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

COMMENTO

Signore grazie, ricomincia un anno e le tue parole mi approdano al cuore: “Tu sei il mio amato, in te mi sono compiaciuto. Ti ho modellato nella profondità della terra e formato nel grembo di tua madre. Ti ho scolpito nei palmi delle mie mani, e ti ho nascosto all’ombra del mio braccio. Ti guardo con infinita tenerezza e ho cura di te con una sollecitudine più profonda che quella di una madre per il suo bambino. Ho contato ogni cappello del tuo capo e ti ho guidato da ogni parte ovunque tu vada, io vengo con te e ovunque tu riposi io veglio su di te. Ti darò del cibo che soddisferà ogni tua fame e bevande che estingueranno ogni tua sete. Non nasconderò il mio viso da te. Tu sai che io sono tuo come io so che tu sei mio. Tu mi appartieni. Niente ma ci separerà. Noi siamo uno”. Eccomi Signore, mi inoltro con Te nel 2022 con i consumati ma comodi sandali della fede, con il sicuro anche se pesante bastone della speranza, con lo zaino pieno di gratitudine per amore ricevuto da Te  che desidero condividere, in questo anno, ai fratelli che incontro.  Grazie.